Un giornalismo partecipativo è davvero un modello sostenibile d’informazione?

Un giornalismo partecipativo è davvero un modello sostenibile d’informazione?

6 Dicembre, 2019 Off Di Danilo donati

La crisi del giornalismo è questione piuttosto dibattuta da anni e non solo in Italia. C’è chi ha provato a ricollegarla a una società più liquida e in cui hanno perso valore istituzioni e figure di riferimento come erano un tempo, appunto, i grandi giornali e le loro firme. E chi ha individuato, invece, in un modello di business sempre meno competitivo e nella presenza di innumerevoli altri soggetti che ormai fanno informazione le ragioni della crisi del giornalismo tradizionale.

Di fatto, soprattutto online, più che quelle delle testate tradizionali sembrano avere successo prassi innovative e nuove forme di scrittura come quelle del participatory journalism.

Luci e ombre di un giornalismo alla Blasting News

Di cosa si tratta? Come suggerisce la stessa espressione di un giornalismo partecipativo, fatto non solo da professionisti ma anche e soprattutto da amatori con la passione per la scrittura o da semplici testimoni di una notizia, un fatto di cronaca.

Il successo di Blasting News e altri portali che promettono, letteralmente, a chiunque di poter diventare giornalista è direttamente collegato, del resto, a come le tecnologie abbiano di recente abbattuto qualsiasi barriera all’ingresso: tutti hanno a disposizione uno smartphone con cui fotografare o riprendere quello che sta succedendo o una connessione a Internet grazie alla quale possono caricare online il proprio pezzo in pochi minuti e via di questo passo.

Basta davvero questo a trasformare chiunque in un giornalista? La materia è controversa, ragione per cui quello che condividono Blasting News e altre simili realtà anche internazionali è un rapporto a dir poco problematico con il mondo e i professionisti dell’informazione tradizionale – rapporto problematico che, in Italia, si è concretizzato spesso in procedimenti a carico di Ordine dei Giornalisti ed ente previdenziale per i giornalisti.

Quando, da consumatori di news, si legge insomma un pezzo di participatory journalism lo si dovrebbe fare in maniera critica e consapevoli del fatto che un semplice utente che scrive una notizia non è chiamato né a possedere strumenti del mestiere che rendano effettivamente di qualità quella notizia, né a rispettare per esempio precisi doveri deontologici.

Quello che si nota subito, del resto, quando si entra in un portale di questo tipo è l’abbondanza di articoli leggeri, di infotainment o da colonna destra per utilizzare due categorie piuttosto care al mondo dell’informazione, e ancora l’uso quasi smodato di titoli accattivanti, sensazionalistici o che promettono di rivelare segreti e retroscena.

Non si tratta solo di incuriosire il lettore, è il modello di business di realtà come quelle in questione che, non è ormai un mistero, ha cuore nel numero di condivisioni:i blaster, infatti, così come la maggior parte di giornalisti bottom up del mondo, vengono pagati in base al successo, ovviamente misurato in numero di click e di interazioni sui social, del proprio pezzo; la promessa è di riuscire a guadagnare anche diverse centinaia di euro a singolo pezzo, cifre piuttosto competitive se rapportate a quanto anche le testate più grandi e tradizionali paghino i pezzi passati in pagina; la realtà è però che è difficile, a meno di non avere un brand personale e un seguito di lettori abbastanza nutrito, raggiungere queste cifre e che nel frattempo, nella speranza di farlo, i collaboratori usano spesso stratagemmi acchiappa like, e non solo nei titoli, che rendono legittimi i dubbi rispetto alla qualità di questo tipo di informazione.

Altra critica spesso mossa a questo tipo di iniziative riguarda la tutela di questi giornalisti sia come lavoratori, sia se rapportata a quella di altri colleghi. Si tratta, però, in tutti i casi di critiche di sistema e che rendono evidente il gap tra un modo tradizionalista come quello del giornalismo e una nuova cultura digitale.